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Dopo l’arrivo al porto di Miami sabato mattina e l’arrivederci alla Carnival Cruises (perché speriamo tanto che di questo si tratti!) siamo tornati al Claridge al 3500 di Collins Avenue che già ci aveva ospitati prima della crociera.

Che dire… è stata una settimana di paesaggi incantevoli, buon cibo e tanto relax. Proprio quello che stavamo cercando! Il mare dei Caraibi sappiamo già che sarà indimenticabile e siamo persino un po’ preoccupati: non sarà facile trovare spiagge all’altezza d’ora in poi! Half Moon Cay entra di diritto nella nostra hit parade!

A Miami abbiamo trascorso il sabato a organizzarci, mentre domenica e lunedì sono stati giorni di godibilissimo e convienentissimo shopping! E’ molto difficile resistere ai prezzi che si praticano qui: se già in partenza sono più bassi che in Europa, soprattutto nel campo dell’abbigliamento, bisogna considerare il cambio superiore a 1.40! E quindi… si compra, si compra e poi si compra ancora!

Si è resa necessaria una nuova valigia per fare spazio alla collezione di pantaloni, maglie, cinture, scarpe e regali… siamo proprio contenti e soddisfatti! Domani alle 15:40 si decolla direzione Francoforte.

Pur rischiando di essere banali… è stato proprio BELLO! :-)

Ultima sera al Paquito’s di Aventura e cena messicana per festeggiare i 26 anni della sposa! Tanti auguri Babi! Ci autoauguriamo anche un buon viaggio e vi diamo appuntamento ai prossimi post dalla cara, amata Italia!

Un acquazzone tropicale ci da il buongiorno, mentre ci prepariamo per una passeggiata in spiaggia alle sette del mattino.

Il tempo di scendere nella hall ed ha già smesso di piovere. Possiamo ammirare i nuvoloni che si allontanano e respirare la brezza dell’oceano. Abbiamo voglia di tuffarci, l’acqua è caldissima! Però preferiamo cercare un mare più limpido nelle vicinanze. Quindi, muniti di Tom Tom che finalmente ha deciso di fare il suo dovere, saltiamo in auto e ci facciamo affascinare da un nome esotico: Tahiti Beach. La spiaggia è a mezz’ora di viaggio, ma una volta arrivati a destinazione scopriamo essere privata: “No visitors permitted”… Ripieghiamo verso Key Biscayne e Virginia Key, in cui però la balneazione è vietate per le forti e pericolosissime correnti e le zanzare regnano sovrane! Scappiamo prima di venirne divorati e, vista l’ora, ci rifugiamo in uno Starbucks per una tarda colazione.

Il nostro piano di un bel bagno nell’oceano ci sembra sfumato. Cambiamo programma! Optiamo per una gita culturale a Vizcaya Museum & Gardens.

La Vizcaya è una splendida villa costruita per volere di  James Deering nel 1916 in stile rinascimentale italiano. Gli architetti avevano il compito di creare la struttura in modo da farla sembrare vecchia di 400 anni e di arredarla con i mobili e i suppellettili originali del XV fino al XIX secolo che Deering stesso aveva portato dall’Europa nei suoi svariati viaggi. Il risultato è un edificio di straordinaria bellezza, che però tradisce una nota di finzione. Visitiamo anche il magnifico giardino con orchidarium annesso e poi stremati dal caldo torniamo in hotel per un po’ di riposo.

Ritrovate le forze lo shopping ci attende!

I 300 km e oltre dell’anello di asfalto che percorreremo per visitare il Sequoia National Park impegneranno tutta la giornata odierna.
Dopo l’immancabile colazione da Starbucks la nostra Buick, con già gli oltre 5mila km da noi percorsi sul groppone, sfreccia sicura verso est. I saliscendi e le infinite curve in successione della Sierra Nevada non si fanno attendere: dopo mezz’ora iniziano le salite e i tornanti che ci accompagneranno per tutto il giorno, con buona pace del nostro stomaco.
Nella Giant Forest ci sono i più vecchi e grandi esseri viventi esistenti sul pianeta: alcuni alberi hanno oltre 4mila anni. Ci sono sequoie giganti che arrivano a sfiorare i 300 piedi: sono quasi 100 metri di altezza! Si tratta di alberi imponenti, assolutamente inimmaginabili se non li si vede di persona, e neppure le fotografie o i video sono in grado di mostrarne degnamente le dimensioni.
Le loro basi hanno circonferenze di decine di metri e i primi rami iniziano così in alto da affaticare i muscoli del collo per poterli scorgere.
A dispetto di un’immagine che emana forza e un senso di eternità, le sequoie giganti sono in realtà creature delicate e per certi versi fragili: la loro corteccia è morbida e setosa, non riescono a crescere in molte altre parti del mondo, e anche quando il luogo è ideale non possono mancare particolari condizioni di umidità, temperatura e caratteristiche del pendio che le ospita. Nei primi anni della loro lunga vita possono morire calpestate da uomini o animali, oppure bruciare in uno dei tanti incendi che invece, col tempo, diventeranno loro alleati.
E’ incredibile pensare che alberi millenari ed enormi possano morire per un motivo tanto banale: prima o poi, infatti, il loro continuo crescere le porta inevitabilmente a sbilanciarsi. Le radici non si inoltrano che per un paio di metri nel terreno, e questa è la loro condanna: se lo sbilanciamento degli enormi pesi (fino a 2mila tonnellate) è accompagnato da forti nevicate, dal vento o da un terreno particolarmente morbido, la sequoia gigante cade con uno schianto immenso e muore.

Dopo la visita al maestoso General Sherman, il più grande (per volume) albero del mondo, vecchio di 2200 anni e in grado di accrescere ogni anno il suo volume di una quantità pari a quella di un albero di medie dimensioni, ci regaliamo infatti alcuni scatti memorabili presso sequoie ormai cadute: durante il loro crollo il terreno che era alla base si è sollevato, le radici sono emerse senza rompersi e ora svettano a quasi 10 metri dal terreno.

Lasciamo il Sequoia National Park tenendoci però ben stretto lo stupore per lo spettacolo visto, ci sorbiamo 150 km di curve e controcurve, saliscendi, boschi e valli bruciate dal sole per tornare a Fresno e al suo motel di basso profilo.

Il Tahoe Joe’s ci accoglie a braccia aperte per la seconda sera consecutiva, la cena è superlativa come sempre, la dormita un po’ meno. Ma poco importa: appena 300 km ci separano dalla stupenda San Francisco e dai nostri ultimi 3 giorni negli Stati Uniti d’America.

La sveglia tra le montagne di Mammoth Lakes è fresca e luminosa. La sera prima abbiamo cenato mangiando benissimo e siamo pronti per la giornata da dedicare al mitico Yosemite National Park. Questo enorme parco naturale, un tempo patria degli indiani d’America, è il paradiso degli arrampicatori e degli amanti delle camminate in montagna. L’Half Dome, il più grande blocco di granito esistente al mondo, si erge imperioso dominando la valle dello Yosemite. E’ raggiungibile solo in estate, tramite una faticosa camminata di 12 ore lunga quasi 30 km, e comprende gli ultimi 300 metri di dislivello tecnici e molto pericolosi.

Lo Yosemite è famoso anche per le sue enormi cascate, che purtroppo però d’estate sono quasi completamente asciutte. Le avevo viste in primavera nel 2004 e ricordo di esserne rimasto affascinato.

Noi ci accontentiamo di addentrarci fino al Visitor Center, posto proprio nel centro della valle. Un luogo del genere, per essere apprezzato al meglio, richiederebbe più tempo e la possibilità di addentrarsi lungo uno dei tanti sentieri che si inerpicano tra le maestose montagne.

Nel pomeriggio iniziamo a dirigerci nuovamente verso Sud: la piatta ed enorme città di Fresno sarà il campo base dei prossimi due giorni.

Prima di arrivarci, però, rimandiamo l’uscita dallo Yosemite per visitare il Mariposa Grove, patria di una delle prima sequoie giganti che incontreremo domani nel Sequoia National Park.

A Fresno pernottiamo in un Motel 6 che non è il massimo del comfort e della pulizia: tra ragni, letti scomodi e tanto caldo ci addormentiamo con ancora il ricordo della favolosa bistecca del mitico Tahoe Joe’s, la steak house che già lo scorso anno ci aveva fatto impazzire.

L’ultima sveglia a Las Vegas la vivo con un misto di dispiacere e di contentezza. Dispiace lasciare il comfort di queste stanze così fresche e attrezzate, per rifugiarsi nuovamente sulle strade polverose che attraversano i deserti, ma è bello pensare che ci attendono altri panorami, altre esperienze e nuovi luoghi da visitare.

L’obiettivo della giornata è arrivare il più vicino possibile all’Area 51: si dice sia uno spazio militare inaccessibile ai civili dove l’esercito americano mantiene contatti con gli extraterrestri e sviluppa tecnologie segrete.

Viaggiamo dunque verso nord per circa 250 km, in un paesaggio desolante, torrido e inospitale. Una cassetta della posta bianca all’incrocio con una strada sterrata è il segnale della presenza di una delle vie d’accesso all’Area 51. Imbocchiamo quindi pieni di timore e entusiasmo il tratto sterrato, mentre minacciosi temporali si sviluppano davanti a noi, fino a raggiungere un insediamento che sembra una fattoria abbandonata. Proseguiamo oltre, immersi in una distesa di Joshua Tree, quando all’improvviso ai bordi del sentiero notiamoil fatidico cartello: proprietà degli Stati Uniti d’America, divieto assoluto di accesso pena multa e 6 mesi di reclusione. Deterrente, per noi, più che sufficiente.

Non possiamo fare altro che tornare sui nostri passi, non dopo ovviamente le foto e le riprese di rito (per la verità vietate). Sulla via del ritorno notiamo un pick-up bianco che prima non c’era: ci precede sollevando un polverone che si disperde nel vento, e all’improvviso… scompare.

Giunti nuovamente alla fattoria incontrata all’andata, notiamo il pick-up parcheggiato e seminascosto: all’interno ci sono 2 uomini, che ci hanno seguiti per assicurarsi che non invadessimo l’area militare. Incredibile!

Torniamo quindi sulla strada principale e ci fermiamo per pranzo al Little A’le’inn, un localino sperduto e trascurato in cui il tema “alieni” è il protagonista assoluto: foto alle pareti, poster, pupazzi umanoidi di gomma e souvenir sono in ogni angolo! Purtroppo la cucina non è all’altezza della fama del luogo: ripieghiamo su un misero hot-dog a testa e riprendiamo la strada verso nord ovest. Mancano quasi 400 km a Mammoth Lake, dove trascorreremo la notte, ai piedi della Sierra Nevada.

Poco più in là ci aspetta il superbo Yosemite National Park, meta straordinaria che visiteremo domani, dopo essere entrati nell’ultimo Stato coinvolto nel nostro viaggio: la California.

Giornata trascorsa nella scintillante Vegas, nel bel mezzo del deserto del Nevada. Il mattino lo dedichiamo ad un po’ di riposo: non ci capita spesso di dormire 2 notti nel medesimo posto, avendo modo di rifiatare tra le lunghissime tappe in auto che si susseguono.

La piscina del nostro hotel, l’Excalibur, forse non è il massimo ma basta per regalarci del relax a bordo vasca e un bagno non propriamente rinfrescante (l’acqua rispecchia l’immensa calura dell’esterno, costantemente attorno ai 40°).

Pranziamo dentro l’hotel, senza troppe pretese, e poi prendiamo la Buick – che già pensava di farla franca e godere di un giorno di riposo – per visitare, 50 km più a est, la mitica Hoover Dam. Questa immensa diga fornisce energia elettrica a tutto il Nevada, è assolutamente enorme, imponente, una gigantesca pancia di cemento armato, chiuse e canali. Vista la stagione, il livello delle acque del Lake Mead non è elevato, ma siamo comunque consapevoli dell’enorme forza che agisce sui fianchi di questo canyon, dove il fiume Colorado giunge esausto dopo avere contribuito all’incessante erosione del Grand Canyon, oltre 200 km più a oriente.

Il caldo pauroso e il vento incessante ci consigliano di rientrare tra i climatizzatissimi hotel di Vegas. Ci scappa, ovviamente, qualche puntatina alla roulette: dopo alcuni colpi fortunati il nostro capitale iniziale di 20$ risulta salito a 94! Decidiamo quindi di ritirare la vincita e ce ne andiamo tutti contenti.

Una visita alla stupenda Venezia preceduta da una cena a buffet conclude degnamente la serata: domani dovremo ripartire verso nord ovest, dove ci attendono l’Area 51 e altri 650 km prima della prossima meta del nostro viaggio.

Salt Lake City è enorme e noi, di tempo, ne abbiamo poco: ci accontentiamo di svegliarci presto e visitare per pochi minuti Temple Square, cuore metropolitano di questo enorme agglomerato di case, hotel, autostrade e chiese.

Alle 10 del mattino imbocchiamo quindi l’autostrada in direzione Sud: ci separano ben 680 km da Las Vegas, al netto della deviazione che abbiamo in mente di intraprendere per visitare il Bryce Canyon. Le prime ore scorrono tranquille, attraversando paesaggi lunari: brulle distese, colline, rettilinei infiniti circondati da qualche cespuglio e poco altro.

A metà giornata lasciamo la Highway 15 per la deviazione prevista verso est: in mezz’ora di guida tra curve e controcurve raggiungiamo l’ingresso del Bryce Canyon. La particolarità di questa zona è data dal colore della terra: è rossa, molto intensa, sembra quasi finta! Dev’essere spettacolare la vista del luogo all’alba o al tramonto, noi ci arriviamo in pieno giorno ma di certo non possiamo lamentarci.

Al Bryce Canyon dedichiamo meno di due ore: abbastanza per goderci la vista di torrioni di roccia modellati dal vento in precise figure geometriche, grotte e sentieri misteriosi che vengono inghiottiti dalle montagne.

Riprendiamo il percorso per Vegas, che è ancora lontana: siamo appena a metà strada! Torniamo sull’ormai nota Highway 15 e giriamo il muso della nostra enorme Buick Enclave verso sud. Ci aspetta l’allegria, la vitalità e il caldo torrido della più incredibile città mai sorta nel bel mezzo di un deserto.

Ci svegliamo per la seconda volta a West Yellowstone (è strano ormai fermarsi oltre 24 ore in un posto) e abbiamo davanti una giornata intensa. In mattinana riprendiamo la strada fatta ieri e ripercorriamo parte dell’anello dello Yellowstone National Park, per visitare l’enorme geyser chiamato Old Faithfull. Questa meraviglia della natura, forse il più famoso geyser al mondo, deve il suo nome evocativo alla sua straordinaria affidabilità: basta attendere tra i 40 e i 126 minuti, infatti, e si assiste ad una spettacolare eruzione di acqua bollente e vapore.

A noi basta raggiungere l’arena che lo circonda, tutto un susseguirsi di tribune in legno e spettatori estasiati, attendere meno di mezz’ora ed ecco che l’eterno spettacolo si svolge davanti ai nostri occhi.

E’ incredibile pensare a come possa un fenomeno tanto complesso e naturale avere una tale regolarità. Ed è così da milioni di anni! Questa è l’ultima, straordinaria meraviglia che ci regala il parco, perché per noi è tempo di iniziare il lungo viaggio verso Sud. Las Vegas è la nostra meta più a meridione, e la raggiungeremo sabato sera. Per farlo, cominciamo con l’affrontare oltre 600 km a cavallo tra il Wyoming e lo Utah, tutti fatti di montagne e laghi, salite e discese, migliaia di curve in successione.

Il paesaggio è straordinario, le vette innevate incorniciano enormi valli fiorite dove gli animali pascolano liberi, mentre lo Snake River sembra non volerci abbandonare mai.

Esausti, arriviamo alle 9 di sera a Salt Lake City, città che ci sembra subito enorme e dinamica, ma siamo troppo stanchi per visitarla e ci rifugiamo nel nostro motel per dormire in attesa del secondo, lungo troncone di strada da affrontare domani.

Cara Strip di Vegas, stiamo arrivando!

Giornata straordinaria. Ci svegliamo a West Yellowstone con un tempo variabile e un vento forte che soffia incessante, ci concediamo una colazione degna di nota e partiamo per i quasi 300 km che costituiscono il doppio anello d’asfalto che racchiude lo Yellowstone National Park.

Lo spettacolo è straordinario, esagerato. Questo parco nasce attorno ai 2500 metri di altitudine, su una zona di scontro tra due zolle geologicamente molto attive: ne risulta un territorio incredibilmente vario, sotto il quale scorre un fiume di magma, gas, acqua bollente in continua evoluzione.

In superficie tutto questo enorme rimescolamento di forze ed equilibri sotterranei si manifesta ai nostri occhi con una serie impressionante di spettacoli naturali: geyser, laghi d’acqua bollente da cui si innalzano perenni larghe ondate di fumo, enormi superfici ricoperte di calcare e batteri. Gli immensi incendi che hanno devastato negli anni questa zona particolarmente boscosa non hanno la forza per mitigarne il fascino: anzi, accrescono la nostra meraviglia davanti alla capacità della natura di riappropriarsi di quanto il fuoco doloso le abbia portato via.

Questo è certamente uno dei luoghi più incredibili ed affascinanti del pianeta: non riusciamo a restare sulla strada principale per più di qualche minuto, perché continue deviazioni ci portano a scoprire nuove radure, altri scenari sempre più immersi nella natura incontaminata.

Natura che si manifesta anche concedendoci la vista, a pochi metri da noi, di bisonti, cerbiatti, cervi e – persino – la carcassa di un lupo. Proseguiamo un po’ storditi da tanta varietà di meraviglie fino all’enorme Yellowstone Lake, il più grande lago della nazione, con una circonferenza superiore ai 170 km. Preferiamo non fermarci e viaggiamo verso nord circumnavigando questo parco straordinario. Sulla strada, giusto per non farci mancare nulla, abbiamo anche modo di visitare profondi canyon e cascate imponenti.

Pur trattandosi di autentiche meraviglie della natura, personalmente ho ancora negli occhi lo spettacolo indimenticabile della mattina, quando vedevo l’acqua bollire in pozze limpide e improvvise e enormi distese di vapore che sapevano pesantemente di zolfo spinte dal forte vento. Così, forse per una precoce nostalgia, il viaggio di ritorno verso West Yellowstone ci porta a fermarci di nuovo lungo pianure e boschi dove i geyser la fanno da padroni: esplodono, fumano, riposano, poi rimescolano tutto e ricominciano senza sosta.

Davanti a questo moto perenne mi trovo a riflettere su quale spaventosa energia debba avere generato il nostro pianeta: non sono bastati 6 miliardi di anni alla Terra per raffreddarsi e stabilizzarsi, è ancora incredibilmente viva, attiva e mobile e in questo luogo neppure la superficie ne è immune… subisce enormi tensioni, spostamenti, forze sotterranee e non può che cedere quando esse vogliono emergere.

Noi non siamo che puntini minuscoli e credo insignificanti in un luogo immenso e la nostra vita è breve ed effimera come un soffio. Non abbiamo il potere di cambiare o domare queste forze nate infiniti anni fa nell’Universo.

Torniamo a casa dopo quasi 10 ore, stanchi, affamati e saturi di panorami da cartolina. Ci resta la forza per una mitica bistecca New York Style che ci deprime il portafoglio ma ci entusiasma lo stomaco, e poi tutti a dormire: domani si riparte, altre ore di viaggio verso Salt Lake City, dritti verso Sud.

Seconda metà del lungo viaggio verso Est. Finalmente arriviamo a West Yellowstone, nel Montana, dopo una giornata ricca di panorami e chilometri!

Ci svegliamo a Twin Falls, cittadina che prende il nome dalle cascate generate dallo Snake River, a Shoshoe Falls, che raggiungiamo dopo l’inevitabile colazione da Starbucks. Temperatura perfetta, giornata limpida, strade sgrombre: il massimo.
Le cascate che visitiamo sono chiamate dai locali “le Niagara dell’Ovest”: definizione forse un tantino esagerata, ma lo spettacolo è assicurato lo stesso!

Dopo un’ora di “oohhh”, “aahhh” e “che bello!” risaliamo sulla Buick e riprendiamo la strada di ieri, facendo però una deviazione importante: andiamo infatti a visitare una zona vulcanica nota come Crater of the Moon: una immensa distesa lavica risalente a circa 2mila anni fa, su cui dopo secoli di stenti la vegetazione ricomincia ad avere la meglio, generando cespugli, alberi e persino qualche fiore.

All’interno del parco saliamo su una collina di cenere che ci porta dopo 50 metri di dislivello a dominare la valle: soffia un vento impetuoso, il paesaggio è lunare e la vista unica, inimitabile.

Ridiscesi riprendiamo con rinnovata voglia di viaggiare la statale 20 direzione est: mancano ancora 300 km fino a West Yellowstone, un viaggio interminabile.

Il luogo che ci accoglie sembra davvero bello: l’aria è pura, c’è molto verde che dopo tanto deserto fa benissimo agli occhi, le persone sono cortesi e la Steak House all’angolo promette bene.