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Posts Tagged ‘pensieri sparsi’

All’inizio di aprile ho scritto questo post in cui analizzavo i costi relativi di benzina e gasolio alla luce delle variazioni del prezzo del petrolio e del cambio euro/dollaro.

Sia chiaro, non sono certo esperto del settore né lavoro nel campo della statistica, ma due conti li so fare anche io. Oggi, dopo i vari ribassi del greggio, ho ripreso i dati per capire come è cambiata la situazione. E questo è quanto.

Dal 1 marzo al 22 dello stesso mese il prezzo medio di un barile di petrolio è stato pari a 105,37$. Nel medesimo periodo, il cambio medio euro/dollaro valeva 1,5432. Quindi un barile di petrolio ci è costato in media 68,27€.

Sempre nelle tre settimane in questione, il prezzo medio della benzina verde self-service si è attestato a 1,384 € al litro. 

Questa mattina il petrolio vale 93$ circa al barile, e il cambio è a 1,43: un barile costa quindi 65,03€. Ieri la benzina verde veniva venduta ad un prezzo medio, tra i vari distributori, pari a circa 1,44€ al litro.

Quindi c’è qualcosa che non torna: una volta normalizzati tutti i valori, intendo quindi a parità di prezzo in euro di un barile di petrolio, la verde costa il 9,21% in più.

Non male, visto che si parla di un periodo di 6 mesi: un aumento medio annuo quantificabile in un 20%. Ed è un aumento in cui non influisce il costo del greggio né il valore del cambio: si tratta di un rapporto tra i prezzi nei due periodi analizzati. E’ aumento puro, è profitto in più per chi vende.

Hanno ragione quindi le associazioni del consumatori, che evidentemente fanno calcoli simili ai miei: secondo loro il prezzo del carburante è gonfiato di 7/8 centesimi al litro, secondo me sono fin troppo buoni. Basta togliere il 9% al prezzo attuale della verde: dovrebbe costare 1,31 € al litro.

Due giorni fa ho letto un articolo che sosteneva che in Italia i carburanti costano il 10% in più rispetto alla media europea: allora, forse, adesso i conti mi tornano.

I 300 km e oltre dell’anello di asfalto che percorreremo per visitare il Sequoia National Park impegneranno tutta la giornata odierna.
Dopo l’immancabile colazione da Starbucks la nostra Buick, con già gli oltre 5mila km da noi percorsi sul groppone, sfreccia sicura verso est. I saliscendi e le infinite curve in successione della Sierra Nevada non si fanno attendere: dopo mezz’ora iniziano le salite e i tornanti che ci accompagneranno per tutto il giorno, con buona pace del nostro stomaco.
Nella Giant Forest ci sono i più vecchi e grandi esseri viventi esistenti sul pianeta: alcuni alberi hanno oltre 4mila anni. Ci sono sequoie giganti che arrivano a sfiorare i 300 piedi: sono quasi 100 metri di altezza! Si tratta di alberi imponenti, assolutamente inimmaginabili se non li si vede di persona, e neppure le fotografie o i video sono in grado di mostrarne degnamente le dimensioni.
Le loro basi hanno circonferenze di decine di metri e i primi rami iniziano così in alto da affaticare i muscoli del collo per poterli scorgere.
A dispetto di un’immagine che emana forza e un senso di eternità, le sequoie giganti sono in realtà creature delicate e per certi versi fragili: la loro corteccia è morbida e setosa, non riescono a crescere in molte altre parti del mondo, e anche quando il luogo è ideale non possono mancare particolari condizioni di umidità, temperatura e caratteristiche del pendio che le ospita. Nei primi anni della loro lunga vita possono morire calpestate da uomini o animali, oppure bruciare in uno dei tanti incendi che invece, col tempo, diventeranno loro alleati.
E’ incredibile pensare che alberi millenari ed enormi possano morire per un motivo tanto banale: prima o poi, infatti, il loro continuo crescere le porta inevitabilmente a sbilanciarsi. Le radici non si inoltrano che per un paio di metri nel terreno, e questa è la loro condanna: se lo sbilanciamento degli enormi pesi (fino a 2mila tonnellate) è accompagnato da forti nevicate, dal vento o da un terreno particolarmente morbido, la sequoia gigante cade con uno schianto immenso e muore.

Dopo la visita al maestoso General Sherman, il più grande (per volume) albero del mondo, vecchio di 2200 anni e in grado di accrescere ogni anno il suo volume di una quantità pari a quella di un albero di medie dimensioni, ci regaliamo infatti alcuni scatti memorabili presso sequoie ormai cadute: durante il loro crollo il terreno che era alla base si è sollevato, le radici sono emerse senza rompersi e ora svettano a quasi 10 metri dal terreno.

Lasciamo il Sequoia National Park tenendoci però ben stretto lo stupore per lo spettacolo visto, ci sorbiamo 150 km di curve e controcurve, saliscendi, boschi e valli bruciate dal sole per tornare a Fresno e al suo motel di basso profilo.

Il Tahoe Joe’s ci accoglie a braccia aperte per la seconda sera consecutiva, la cena è superlativa come sempre, la dormita un po’ meno. Ma poco importa: appena 300 km ci separano dalla stupenda San Francisco e dai nostri ultimi 3 giorni negli Stati Uniti d’America.

Giornata straordinaria. Ci svegliamo a West Yellowstone con un tempo variabile e un vento forte che soffia incessante, ci concediamo una colazione degna di nota e partiamo per i quasi 300 km che costituiscono il doppio anello d’asfalto che racchiude lo Yellowstone National Park.

Lo spettacolo è straordinario, esagerato. Questo parco nasce attorno ai 2500 metri di altitudine, su una zona di scontro tra due zolle geologicamente molto attive: ne risulta un territorio incredibilmente vario, sotto il quale scorre un fiume di magma, gas, acqua bollente in continua evoluzione.

In superficie tutto questo enorme rimescolamento di forze ed equilibri sotterranei si manifesta ai nostri occhi con una serie impressionante di spettacoli naturali: geyser, laghi d’acqua bollente da cui si innalzano perenni larghe ondate di fumo, enormi superfici ricoperte di calcare e batteri. Gli immensi incendi che hanno devastato negli anni questa zona particolarmente boscosa non hanno la forza per mitigarne il fascino: anzi, accrescono la nostra meraviglia davanti alla capacità della natura di riappropriarsi di quanto il fuoco doloso le abbia portato via.

Questo è certamente uno dei luoghi più incredibili ed affascinanti del pianeta: non riusciamo a restare sulla strada principale per più di qualche minuto, perché continue deviazioni ci portano a scoprire nuove radure, altri scenari sempre più immersi nella natura incontaminata.

Natura che si manifesta anche concedendoci la vista, a pochi metri da noi, di bisonti, cerbiatti, cervi e – persino – la carcassa di un lupo. Proseguiamo un po’ storditi da tanta varietà di meraviglie fino all’enorme Yellowstone Lake, il più grande lago della nazione, con una circonferenza superiore ai 170 km. Preferiamo non fermarci e viaggiamo verso nord circumnavigando questo parco straordinario. Sulla strada, giusto per non farci mancare nulla, abbiamo anche modo di visitare profondi canyon e cascate imponenti.

Pur trattandosi di autentiche meraviglie della natura, personalmente ho ancora negli occhi lo spettacolo indimenticabile della mattina, quando vedevo l’acqua bollire in pozze limpide e improvvise e enormi distese di vapore che sapevano pesantemente di zolfo spinte dal forte vento. Così, forse per una precoce nostalgia, il viaggio di ritorno verso West Yellowstone ci porta a fermarci di nuovo lungo pianure e boschi dove i geyser la fanno da padroni: esplodono, fumano, riposano, poi rimescolano tutto e ricominciano senza sosta.

Davanti a questo moto perenne mi trovo a riflettere su quale spaventosa energia debba avere generato il nostro pianeta: non sono bastati 6 miliardi di anni alla Terra per raffreddarsi e stabilizzarsi, è ancora incredibilmente viva, attiva e mobile e in questo luogo neppure la superficie ne è immune… subisce enormi tensioni, spostamenti, forze sotterranee e non può che cedere quando esse vogliono emergere.

Noi non siamo che puntini minuscoli e credo insignificanti in un luogo immenso e la nostra vita è breve ed effimera come un soffio. Non abbiamo il potere di cambiare o domare queste forze nate infiniti anni fa nell’Universo.

Torniamo a casa dopo quasi 10 ore, stanchi, affamati e saturi di panorami da cartolina. Ci resta la forza per una mitica bistecca New York Style che ci deprime il portafoglio ma ci entusiasma lo stomaco, e poi tutti a dormire: domani si riparte, altre ore di viaggio verso Salt Lake City, dritti verso Sud.

La petroliera proprio fuori dalla finestra ci dice che è ora di alzarsi… Il suo fischio dichiara l’arrivo dell’alba e non possiamo ignorarlo.

La nebbia circonda le cose con il suo bagliore lattiginoso e cerca di dissuaderci dal percorrere le strade di Astoria. Noi invece, delusi dalla colazione offerta dal motel, ci dirigiamo verso l’ottimo locale della sera prima e ci diamo alla pazza gioia con una serie di piatti via via più ingombranti…

Bene, ora sì che siamo pronti per cercare i luoghi dei Goonies, la casa di Michey, quella di Data, la prigione, il museo, il bowling e la bellissima spiaggia di Willie l’Orbo…

Infreddoliti e contenti, ci regaliamo un pranzo di tutto rispetto (fajitas, halibut e patate fritte).

E poi via, verso Portland e i suoi giardini di rose profumatissime… Portland non è solo rose e fiori, purtroppo… la città ci si mostra in tutte le sue sfaccettature, sebbene la visita sia durata poche ore. Il degrado e la povertà si contrappongono ai grattacieli super moderni e lussuosi.

Assistiamo ad un arresto in diretta, vediamo donne incinte chiedere l’elemosina agli angoli delle strade, brutti ceffi ci guardano con sufficienza dall’alto della loro muraglia d’odio. E’ incredibile come le persone riescano ad imprimere ai luoghi la propria personalità, le proprie paure come anche i propri sogni e entusiasmo. Mentre Cannon Beach, con le sue strade pulite, i giardini curati e la gente sorridente e premurosa, infonde serenità, Portland mi richiama ad una sensazione di urgenza, ogni volto sembrava dirmi “Vai, corri via prima che puoi”. E così facciamo.

Partiamo per la tappa più lunga del nostro viaggio, quella che ci porterà al parco dello Yellowstone, quasi 1300 chilometri di strada.

Ora siamo in un motel sulla strada, a Cascade Lock, brutto e umido. Sono le 6 del mattino… e non vediamo l’ora di ripartire!

A 16 ore dalla nostra partenza da Torino siamo ancora all’aeroporto di Newark,  New York. Aspettiamo il volo per Seattle che ci porterà alla partenza del nostro viaggio negli USA occidentali. Al volo mancano 2 ore, poi altre 5 per raggiungere lo stato di Washington.

Quando arriveremo là, in Italia saranno le 7 del mattino: 26 ore dopo la nostra partenza.

Oltre un giorno intero da viandanti perduti per il mondo. L’unica consolazione che ho in questo momento risiede nella vetrata che ho davanti mentre scrivo da un tavolino del Terminal C: vedo la Skyline di Manhattan e tutto quello che significa. La sto guardando proprio ora.

Mi dispiace essere così vicino a New York e non poterci fare almeno un giro. Ma abbiamo scelto l’Ovest ed è a Ovest che andremo. Tra poco.

Anno 1984. Ho 5 anni e mio padre mi accompagna da qualche parte a Torino. Mi fa un regalo che segnerà la mia vita per sempre: uno Sinclair Spectrum 64k. E’ il mio primo computer.
La generazione del Vic20 e del Commodore mi snobba, perché non sono come loro: io vado avanti per 3 o 4 anni con i Sinclair, fino ad arrivare al mitico 128k con lettore di cassette. Imparo il Basic e colleziono oltre 50 nastri (probabilmente giacciono in qualche scatolone in cantina) contenenti 4 o 5 giochi ciascuno (l’unico che mi ricordi decentemente si chiamava “Il pollaio”, un platform elementare e irresistibile!)

Negli anni arriva il primo “286″ con MS-DOS, poi Windows 95 e i superveloci 486, poi nasce la generazione Pentium.
Sono passati 25 anni e fino a ieri ho scritto, studiato, creato, guadagnato, imparato, chattato, bloggato, inviato e ricevuto email sempre sui Personal Computers.

L’ultimo arrivato è del settembre scorso, ha un AMD dual core che va benissimo, 2 giga di RAM, una scheda video niente male e Windows XP originale. Si è sparato ininterrottamente almeno 12 ore al giorno di utilizzo, e non ha mai crashato. Perfetto.

Ma, si sa, si vuole sempre di più… o quantomeno qualcosa di diverso. E allora, dopo qualche titubanza e un po’ di paura di lasciare il noto per l’ignoto, ieri ci siamo decisi e in casa è arrivato lui:

E’ il mio primo Mac. Non credo che l’avrei mai detto prima, ma lui si è insinuato prima nel mio hard disk (mitica la presentazione ufficiale della Apple) e poi nei miei pensieri (per terminare la corsa nel mio libretto degli assegni).

Ho cercato di resistergli, ma la sua semplicità, la grafica, le demo viste in giro mi hanno fatto capitolare.

L’ho portato a casa cercando di sospendere ogni giudizio: insomma, non sputo nel piatto dove ho mangiato per un quarto di secolo e dove certamente mangerò ancora in futuro.

Fuori dalla scatola, però, mi aveva già conquistato: pulito nelle linee, perfetto, un solo cavo (quello dell’alimentazione) ed è subito operativo. Accensione fulminea e vengo invitato a parlare un po’ di me: come mi chiamo, che password scelgo, se voglio creare o meno un account Apple. Gli dico di no e non si offende.

Prima sorpresa: al momento di terminare la registrazione dell’account, la webcam interna si accende, il mio faccione finisce sull’eccezionale monitor da 20” a specchio e mi scatto una foto che diventa la mia immagine personale. Posso persino ridimensionarla o zoomarla in tempo reale. Spettacolo!
Scelgo poi il furo orario, e via… inizia la mia avventura nel mondo Mac!

Dopo 24 ore ecco le prime impressioni: prima di tutto vorrei parlare della silenziosità. Oggi ho accesso il PC, depresso per il tradimento subito, e ho subito pensato: ma che casino! Il Mac non lo senti. Neppure un ronzio, niente. Sembra spento anche quando navighi, scrivi o lavori. Fantastico!

Poi mi ha impressionato la facilità di connessione: ha il Wi-Fi e il Bluetooth integrati, in un attimo ha trovato la mia rete ed ero subito connesso. Un paio d’ore per prendere confidenza coi nuovi comandi (mi manca un po’ il tasto destro, ma ho visto che si può configurare anche quello) e ho potuto subito apprezzare l’incredibile raccolta di software già installati. Un ottimo client di posta con configurazione automatica, calendario stupendo, Safari come browser non è niente male (anche se ho preferito ripiegare su Firefox 3, che è perfetto) un motore di ricerca dei file assolutamente da altro pianeta, gestione delle foto, degli MP3 e dei video di qualità superiore.

Niente da fare: avevano ragione i Macchisti su questo e su altri punti di vista! Ovviamente Thunderbird, Firefox, Photoshop e molti altri tool sono identici, se però dimentichiamo il fatto che Leopard mi lascia disponibile quasi interamente i 2 giga di RAM, contro i 600 mega che XP pretende solo per tenermi acceso il PC…

Col tempo esplorerò anche la fantastica Time Machine e Garage Band: il software per produrre musica preinstallato sul Mac! L’unica aggiunta che ho dovuto fare è stata la suite Neo Office, per altro ottima di primo acchito, ma subito surclassata dall’incredibile suite iWork (in prova per 30 giorni, ma per quello che costa è assolutamente da prendere).

In definitiva… il mio viaggio alla scoperta dell’iMac è appena iniziato, ma posso già dire che a distanza di meno di un giorno dal primo avvio faccio già tutto quello che facevo con XP… in pieno silenzio però, davanti ad un grafica superba che invoglia all’uso e su una scrivania libera da qualsiasi cavo…

Vediamo se tra qualche tempo sarò ancora così entusiasta… per ora col Mac va alla grande!

Aggiornamento in tempo reale:

  1. 10 agosto: Barbara installa iWorks e passa 5 ore al Mac a disegnare una brochure stupenda del nostro prossimo viaggio (a breve disponibile in download su questo blog!)
  2. 11 agosto: scopro che Leopard include Boot Camp: una applicazione che mi permette in 2 secondi di partizionare l’hard disk e installare Win Xp! Ho provato a fare il contrario (installare Leopard su PC) per due settimane senza successo…
  3. 11 agosto: scopro Parallels! Win Xp è disponibile in una finestra di Leopard, con controllo remoto del desktop… incredibile!
  4. 14 agosto: scopro XNJB e collego il mio Zen V al Mac in 2 secondi: col PC ci avevo impiegato mezza giornata e scaricato valanga di drivers. Manco a dirlo, funziona alla perfezione. Non riesco più a dormire se la sera non passo almeno mezz’ora davanti all’iMac.
  5. 14 agosto: uso per la prima volta Front Row, e resto imbambolato davanti al Mac come farei se vedessi un’astronave volarmi davanti agli occhi. Pazzesco.

Avete Tim Tribù?

Brutte notizie in arrivo… chiamate il 119 e ascoltate con sgomento il messaggio che vi informa di quanto segue: “A partire dal 9 settembre 2008 il costo delle tue chiamate verso gli operatori nazionali sarà aumentato di 0.05 centesimi di euro al secondo, IVA inclusa

Ma che simpatici: ci aumentano una tariffa che è anche un CONTRATTO (e quindi le eventuali variazioni andrebbero concordate da ambo le parti) e, sapendolo, ci dicono anche che possiamo disdire il nostro rapporto con la TIM entro l’8 settembre senza penali :-)

Ma grazie della cortesia, Mamma TIM!

Poi notate la finezza: 0.05 centesimi di euro al secondo

Più nascosto non si può! Ve lo dico io che si fa prima: sono 3 centesimi di euro di aumento al minuto. Che vogliano rifarsi dei costi di ricarica che noi inflessibili utenti, sempre pronti a mettere alla corda queste povere compagnie telefoniche, abbiamo osato chiedere di eliminare?

Comunque sia… a me va ancora bene, perché ho TIM Tribù senza costi mensili. C’è chi paga per averla altri 5 euro al mese.

W l’Italia…

Ho visto un film che mi ha tenuto sveglio per quasi metà della scorsa notte, ma non penso che mi abbia tolto qualcosa. Piuttosto, ha dato.

Ha dato linfa alla mia immaginazione, portandomi vicino al viaggio interiore, e non solo quello visto di fuori, della storia vera di Christopher McCandless, ricordandomi che la felicità è reale solo se condivisa e che siamo, senza saperlo, rinchiusi nella nostra prigione di comfort, abitudini e sicurezze.

Ci siamo così tanto abituati che mettere il naso “là fuori” fa una paura fottuta. E infatti, ce ne stiamo qui.

Un po’ lo invidio, Alexander Supertramp. Il coraggio di lasciarsi tutto alle spalle perché l’unica cosa che conta è dove sei diretto, non dove sei stato. La capacità di assorbire vita da ogni esperienza, a contatto con la natura selvaggia, lontano dal denaro, lavorando solo saltuariamente e più che altro per avere un posto dove dormire, al di là delle regole sociali, ai limiti della sopravvivenza.

Tornando a casa ho detto a B. che valgono più i due anni che Sean Penn ci ha raccontato della sua vita di un’intera esistenza delle persone comuni. Lei non era d’accordo, ma io lo penso veramente.

Sicuramente, se chiedeste a lui se è certo di essere vissuto, vi direbbe di sì, se lo chiedeste e a me vi direi che ci sto provando, ma quel senso di inquietudine con cui si convive è una spia fin troppo affidabile del fatto che la ricerca, almeno la mia, deve continuare.

La cosa che mi fa rabbia è che in ogni caso io non partirò, non penso di andare da nessuna parte, e ad alta voce dico che la ragione è perché qui sto bene, c’è la persona che amo, la mia famiglia, i miei amici e tutto il resto, e tutto questo è assolutamente vero e ne sono grato, ma dentro di me so bene che la verità è che non ho abbastanza coraggio. E allora è meglio godersi i film che raccontano di chi ce l’ha fatta, di chi c’è riuscito veramente, facendo finta di essere lì con lui, in Colorado, in Messico, in California, fino all’Alaska gelida e selvaggia dove l’unica cosa importante è sopravvivere.

E, in fondo, quanti di noi sopravvivono e basta anche qui?