Sabato 19 luglio passiamo la serata tra le colline dalle parti di Chieri: festa di laurea con tanto di tuffo in piscina alle 11, un freddo cane. Torniamo a casa dopo l’una, facciamo i panini e alle 2 siamo a letto.
Sveglia alle 6.30… stato di coma profondo e smarrimento.
Alle 7.30 siamo in auto e alle 9 siamo al colle del Moncenisio: mercatino estivo con tanto di peruviani che vendono i CD e corsa campestre. Perdiamo mezz’ora… mentre il cielo si annuvola minacciosamente. Alle 10 finalmente parcheggiamo nel piazzale da cui parte la mitica ferrata… anni e anni a sentirne parlare, si narrano leggende di gite spaventose, paura, cadute… insomma, il tipico percorso da cagarsi addosso.

Per la verità mi ritrovo nel primo tratto, chiamato La traversata degli angeli, pieno di esaltazione: sarà che ho temuto di fare un giro a vuoto di 150km, sarà che ha appena smesso di piovere e sono contento perché possiamo partire: ma il primo traverso, piuttosto brutale, con quel bosco sotto così in basso, la roccia bagnata, il cielo ancora scuro… mi carica da morire! Trascorro mezz’ora di divertimento puro, mentre B. davanti a me procede spedita e Luca, il capofila, ha il tipico ghigno di chi sa che il peggio verrà dopo.
Io invece sono felicissimo: sono sulla mitica “Randoneés du Vertige”, l’aria è fresca, e ho davanti 4 ore buone di ferrata da fare!
Finiamo il primo tratto e il tempo migliora: ovviamente si continua! Attraversiamo un ponte secolare che congiunge i due lati del canyon, e attacchiamo La salita in cielo: mezz’ora di noia prima di catapultarsi su, tutto in verticale, sempre più in alto! A 10 minuti dal termine della salita ricomincia a piovere: la stanchezza fa capolino ma è niente in confrono a quello che verrà dopo! In cima, dopo 25 metri di verticale e qualche strapiombo, ci attende l’enorme forte Vittorio Emanuele: ci ripariamo dalla pioggia e ci chiediamo come dovessero vivere i soldati là dentro, tra quelle stesse mura.
Attendendo che smetta di gocciolare (ormai sappiamo che sarà una giornata meteorologicamente balorda) ci scappa un pranzo, birra e qualche chiacchiera. Si riparte aggiungendo una parte che mi sarei risparmiato: giro intorno al forte, un paio di passerelle di legno e un ponte tibetano che mi terrorizza un pochino… forse ho perso la spavalderia della mattinata, e inizio ad avvertire il pericolo.
Un’ora dopo comincia quello che ci porterà verso l’impresa: scendiamo lungo La discesa agli inferi, prima un traverso su un terriccio infame, rosso e scivoloso, e poi… il diluvio. Di colpo un temporale riempie lo spicchio di cielo sulle nostre teste e si scatena l’inferno: piove in modo violento, goccioloni che ti bagnano la schiena, e tu sei lì, appeso nel niente, puoi contare solo sulle tue forze e sullo spirito di sopravvivenza. L’unico gesto lucido che faccio è quello di mettere portafogli e telefono al riparo, in una tasca prononda dello zaino, il resto è pura meccanica: sposto un piede, poi una mano, cambio il moschettone, sposto l’altro piede. Scendo. Scendiamo tutti e tre per altri 15 metri, fino alla passerella: lì vivo il momento peggiore della giornata… anche se col senno di poi non lo considero certamente brutto.
Paura! Paura pura, quella che non senti da tempo, quella che non ti aspetti quando sei seduto comodo davanti al tuo PC, su una sedia in pelle, e leggi la posta. Impedisco alla mia mente di formulare pensieri oscuri e la obbligo alla logica: devi solo fare un altro passo, e poi uno ancora, sequenza facile e infallibile. Sembra reagire bene e mi asseconda, e mentre il diluvio diventa una cascata d’acqua raggiungo la passerella.
Ma non è che mi rincuori molto: attraverso i 22 metri del canyon su assi di legno fradice, scivolose e traballanti. Dall’altra parte i miei 2 compagni mi aspettano preoccupati: indietro non si torna, dobbiamo per forza finire!
L’ultimo tratto della ferrata è La salita al purgatorio: facciamo un traverso a velocità supersonica fin dentro un boschetto che ci dà riparo. Io mi sono ripreso, mi cambio la maglia, bevo (acqua, stavolta) e mi sento ancora meglio. Aspettiamo una schiarita e quando arriva iniziamo l’ultima salita.
Ora, è difficile immaginarsi, qui seduti mentre si scrive, cosa si prova ad essere attaccati alla roccia fradicia, di fianco ad una cascata, quando hai perso di vista i tuoi compagni, hai già camminato e scalato e fatto sforzi per 5 ore, sei preoccupato, bagnato, non puoi parlare perché il rumore dell’acqua te lo impedisce… quello che mi ricordo è un senso di solitudine: io da solo e una salita da fare, assolutamente. Mi ricordo anche una contentezza strana: non siamo più abituati al pericolo, ma i meccanismi per difenderci ce li abbiamo scritti dentro, sento l’istinto puro, la necessità di andare via da dove sono perché è pericoloso. Un mix si sensazioni strane che di certo non provi guidando in tangenziale oppure bevendo un caffé in poltrona. In poche parole: troppo bello!
Questa volta non ho paura, neppure quando scivolo con entrambi i piedi e resto appeso nel vuoto per alcuni attimi: la mano stringe il piolo più di quanto ritenessi possibile e ho il tempo di pensare: col cazzo che cado! Ora il pensiero mi fa sorridere, ma sul momento un po’ meno: appena ritrovo l’equilibrio sento fitte nelle braccia, capisco che forza ne ho ancora poca e non vedo la fine.
La salita gira attorno allo spigolo di roccia, ti mette con le spalle alla cascata che continua indifferente a fare un casino d’inferno, un paio di volte aggancio uno dei due moschettoni ad un gradino per sentirmi più sicuro. Mi sento chiamare da sopra ma non vedo nessuno, e ho ancora strada da fare!
Credo di avere salito gli ultimi 5 o 6 metri in 20 secondi: uno, due, tre! Sempre più in alto senza pensare, senza guardare. Alla fine sbuco sotto un ponticello, Luca e B. sono già lì, sembrano stanchi e felici!
Tolgo il moschettone per l’ultima volta, mi incammino lungo il sentiero e dopo pochi metri… cado in un cespuglio. Evidentemente sono più stanco di quanto pensassi e ho perso lucidità… torniamo al parcheggio raccontandoci episodi eroici, ingigantiti dall’eccitazione del momento, parlando ad alta voce e con tutta l’adrenalina data da 6 ore di ferrata memorabile che ristagna nel sangue.
Quando mi cambio e mi siedo in auto penso: be’, certo… lo rifarei domani!
(seguiranno le foto scattate in giornata)
Ci avete scritto…