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Archive for 2008

L’ultima sveglia a Las Vegas la vivo con un misto di dispiacere e di contentezza. Dispiace lasciare il comfort di queste stanze così fresche e attrezzate, per rifugiarsi nuovamente sulle strade polverose che attraversano i deserti, ma è bello pensare che ci attendono altri panorami, altre esperienze e nuovi luoghi da visitare.

L’obiettivo della giornata è arrivare il più vicino possibile all’Area 51: si dice sia uno spazio militare inaccessibile ai civili dove l’esercito americano mantiene contatti con gli extraterrestri e sviluppa tecnologie segrete.

Viaggiamo dunque verso nord per circa 250 km, in un paesaggio desolante, torrido e inospitale. Una cassetta della posta bianca all’incrocio con una strada sterrata è il segnale della presenza di una delle vie d’accesso all’Area 51. Imbocchiamo quindi pieni di timore e entusiasmo il tratto sterrato, mentre minacciosi temporali si sviluppano davanti a noi, fino a raggiungere un insediamento che sembra una fattoria abbandonata. Proseguiamo oltre, immersi in una distesa di Joshua Tree, quando all’improvviso ai bordi del sentiero notiamoil fatidico cartello: proprietà degli Stati Uniti d’America, divieto assoluto di accesso pena multa e 6 mesi di reclusione. Deterrente, per noi, più che sufficiente.

Non possiamo fare altro che tornare sui nostri passi, non dopo ovviamente le foto e le riprese di rito (per la verità vietate). Sulla via del ritorno notiamo un pick-up bianco che prima non c’era: ci precede sollevando un polverone che si disperde nel vento, e all’improvviso… scompare.

Giunti nuovamente alla fattoria incontrata all’andata, notiamo il pick-up parcheggiato e seminascosto: all’interno ci sono 2 uomini, che ci hanno seguiti per assicurarsi che non invadessimo l’area militare. Incredibile!

Torniamo quindi sulla strada principale e ci fermiamo per pranzo al Little A’le’inn, un localino sperduto e trascurato in cui il tema “alieni” è il protagonista assoluto: foto alle pareti, poster, pupazzi umanoidi di gomma e souvenir sono in ogni angolo! Purtroppo la cucina non è all’altezza della fama del luogo: ripieghiamo su un misero hot-dog a testa e riprendiamo la strada verso nord ovest. Mancano quasi 400 km a Mammoth Lake, dove trascorreremo la notte, ai piedi della Sierra Nevada.

Poco più in là ci aspetta il superbo Yosemite National Park, meta straordinaria che visiteremo domani, dopo essere entrati nell’ultimo Stato coinvolto nel nostro viaggio: la California.

Giornata trascorsa nella scintillante Vegas, nel bel mezzo del deserto del Nevada. Il mattino lo dedichiamo ad un po’ di riposo: non ci capita spesso di dormire 2 notti nel medesimo posto, avendo modo di rifiatare tra le lunghissime tappe in auto che si susseguono.

La piscina del nostro hotel, l’Excalibur, forse non è il massimo ma basta per regalarci del relax a bordo vasca e un bagno non propriamente rinfrescante (l’acqua rispecchia l’immensa calura dell’esterno, costantemente attorno ai 40°).

Pranziamo dentro l’hotel, senza troppe pretese, e poi prendiamo la Buick – che già pensava di farla franca e godere di un giorno di riposo – per visitare, 50 km più a est, la mitica Hoover Dam. Questa immensa diga fornisce energia elettrica a tutto il Nevada, è assolutamente enorme, imponente, una gigantesca pancia di cemento armato, chiuse e canali. Vista la stagione, il livello delle acque del Lake Mead non è elevato, ma siamo comunque consapevoli dell’enorme forza che agisce sui fianchi di questo canyon, dove il fiume Colorado giunge esausto dopo avere contribuito all’incessante erosione del Grand Canyon, oltre 200 km più a oriente.

Il caldo pauroso e il vento incessante ci consigliano di rientrare tra i climatizzatissimi hotel di Vegas. Ci scappa, ovviamente, qualche puntatina alla roulette: dopo alcuni colpi fortunati il nostro capitale iniziale di 20$ risulta salito a 94! Decidiamo quindi di ritirare la vincita e ce ne andiamo tutti contenti.

Una visita alla stupenda Venezia preceduta da una cena a buffet conclude degnamente la serata: domani dovremo ripartire verso nord ovest, dove ci attendono l’Area 51 e altri 650 km prima della prossima meta del nostro viaggio.

Salt Lake City è enorme e noi, di tempo, ne abbiamo poco: ci accontentiamo di svegliarci presto e visitare per pochi minuti Temple Square, cuore metropolitano di questo enorme agglomerato di case, hotel, autostrade e chiese.

Alle 10 del mattino imbocchiamo quindi l’autostrada in direzione Sud: ci separano ben 680 km da Las Vegas, al netto della deviazione che abbiamo in mente di intraprendere per visitare il Bryce Canyon. Le prime ore scorrono tranquille, attraversando paesaggi lunari: brulle distese, colline, rettilinei infiniti circondati da qualche cespuglio e poco altro.

A metà giornata lasciamo la Highway 15 per la deviazione prevista verso est: in mezz’ora di guida tra curve e controcurve raggiungiamo l’ingresso del Bryce Canyon. La particolarità di questa zona è data dal colore della terra: è rossa, molto intensa, sembra quasi finta! Dev’essere spettacolare la vista del luogo all’alba o al tramonto, noi ci arriviamo in pieno giorno ma di certo non possiamo lamentarci.

Al Bryce Canyon dedichiamo meno di due ore: abbastanza per goderci la vista di torrioni di roccia modellati dal vento in precise figure geometriche, grotte e sentieri misteriosi che vengono inghiottiti dalle montagne.

Riprendiamo il percorso per Vegas, che è ancora lontana: siamo appena a metà strada! Torniamo sull’ormai nota Highway 15 e giriamo il muso della nostra enorme Buick Enclave verso sud. Ci aspetta l’allegria, la vitalità e il caldo torrido della più incredibile città mai sorta nel bel mezzo di un deserto.

Ci svegliamo per la seconda volta a West Yellowstone (è strano ormai fermarsi oltre 24 ore in un posto) e abbiamo davanti una giornata intensa. In mattinana riprendiamo la strada fatta ieri e ripercorriamo parte dell’anello dello Yellowstone National Park, per visitare l’enorme geyser chiamato Old Faithfull. Questa meraviglia della natura, forse il più famoso geyser al mondo, deve il suo nome evocativo alla sua straordinaria affidabilità: basta attendere tra i 40 e i 126 minuti, infatti, e si assiste ad una spettacolare eruzione di acqua bollente e vapore.

A noi basta raggiungere l’arena che lo circonda, tutto un susseguirsi di tribune in legno e spettatori estasiati, attendere meno di mezz’ora ed ecco che l’eterno spettacolo si svolge davanti ai nostri occhi.

E’ incredibile pensare a come possa un fenomeno tanto complesso e naturale avere una tale regolarità. Ed è così da milioni di anni! Questa è l’ultima, straordinaria meraviglia che ci regala il parco, perché per noi è tempo di iniziare il lungo viaggio verso Sud. Las Vegas è la nostra meta più a meridione, e la raggiungeremo sabato sera. Per farlo, cominciamo con l’affrontare oltre 600 km a cavallo tra il Wyoming e lo Utah, tutti fatti di montagne e laghi, salite e discese, migliaia di curve in successione.

Il paesaggio è straordinario, le vette innevate incorniciano enormi valli fiorite dove gli animali pascolano liberi, mentre lo Snake River sembra non volerci abbandonare mai.

Esausti, arriviamo alle 9 di sera a Salt Lake City, città che ci sembra subito enorme e dinamica, ma siamo troppo stanchi per visitarla e ci rifugiamo nel nostro motel per dormire in attesa del secondo, lungo troncone di strada da affrontare domani.

Cara Strip di Vegas, stiamo arrivando!

Giornata straordinaria. Ci svegliamo a West Yellowstone con un tempo variabile e un vento forte che soffia incessante, ci concediamo una colazione degna di nota e partiamo per i quasi 300 km che costituiscono il doppio anello d’asfalto che racchiude lo Yellowstone National Park.

Lo spettacolo è straordinario, esagerato. Questo parco nasce attorno ai 2500 metri di altitudine, su una zona di scontro tra due zolle geologicamente molto attive: ne risulta un territorio incredibilmente vario, sotto il quale scorre un fiume di magma, gas, acqua bollente in continua evoluzione.

In superficie tutto questo enorme rimescolamento di forze ed equilibri sotterranei si manifesta ai nostri occhi con una serie impressionante di spettacoli naturali: geyser, laghi d’acqua bollente da cui si innalzano perenni larghe ondate di fumo, enormi superfici ricoperte di calcare e batteri. Gli immensi incendi che hanno devastato negli anni questa zona particolarmente boscosa non hanno la forza per mitigarne il fascino: anzi, accrescono la nostra meraviglia davanti alla capacità della natura di riappropriarsi di quanto il fuoco doloso le abbia portato via.

Questo è certamente uno dei luoghi più incredibili ed affascinanti del pianeta: non riusciamo a restare sulla strada principale per più di qualche minuto, perché continue deviazioni ci portano a scoprire nuove radure, altri scenari sempre più immersi nella natura incontaminata.

Natura che si manifesta anche concedendoci la vista, a pochi metri da noi, di bisonti, cerbiatti, cervi e – persino – la carcassa di un lupo. Proseguiamo un po’ storditi da tanta varietà di meraviglie fino all’enorme Yellowstone Lake, il più grande lago della nazione, con una circonferenza superiore ai 170 km. Preferiamo non fermarci e viaggiamo verso nord circumnavigando questo parco straordinario. Sulla strada, giusto per non farci mancare nulla, abbiamo anche modo di visitare profondi canyon e cascate imponenti.

Pur trattandosi di autentiche meraviglie della natura, personalmente ho ancora negli occhi lo spettacolo indimenticabile della mattina, quando vedevo l’acqua bollire in pozze limpide e improvvise e enormi distese di vapore che sapevano pesantemente di zolfo spinte dal forte vento. Così, forse per una precoce nostalgia, il viaggio di ritorno verso West Yellowstone ci porta a fermarci di nuovo lungo pianure e boschi dove i geyser la fanno da padroni: esplodono, fumano, riposano, poi rimescolano tutto e ricominciano senza sosta.

Davanti a questo moto perenne mi trovo a riflettere su quale spaventosa energia debba avere generato il nostro pianeta: non sono bastati 6 miliardi di anni alla Terra per raffreddarsi e stabilizzarsi, è ancora incredibilmente viva, attiva e mobile e in questo luogo neppure la superficie ne è immune… subisce enormi tensioni, spostamenti, forze sotterranee e non può che cedere quando esse vogliono emergere.

Noi non siamo che puntini minuscoli e credo insignificanti in un luogo immenso e la nostra vita è breve ed effimera come un soffio. Non abbiamo il potere di cambiare o domare queste forze nate infiniti anni fa nell’Universo.

Torniamo a casa dopo quasi 10 ore, stanchi, affamati e saturi di panorami da cartolina. Ci resta la forza per una mitica bistecca New York Style che ci deprime il portafoglio ma ci entusiasma lo stomaco, e poi tutti a dormire: domani si riparte, altre ore di viaggio verso Salt Lake City, dritti verso Sud.

Seconda metà del lungo viaggio verso Est. Finalmente arriviamo a West Yellowstone, nel Montana, dopo una giornata ricca di panorami e chilometri!

Ci svegliamo a Twin Falls, cittadina che prende il nome dalle cascate generate dallo Snake River, a Shoshoe Falls, che raggiungiamo dopo l’inevitabile colazione da Starbucks. Temperatura perfetta, giornata limpida, strade sgrombre: il massimo.
Le cascate che visitiamo sono chiamate dai locali “le Niagara dell’Ovest”: definizione forse un tantino esagerata, ma lo spettacolo è assicurato lo stesso!

Dopo un’ora di “oohhh”, “aahhh” e “che bello!” risaliamo sulla Buick e riprendiamo la strada di ieri, facendo però una deviazione importante: andiamo infatti a visitare una zona vulcanica nota come Crater of the Moon: una immensa distesa lavica risalente a circa 2mila anni fa, su cui dopo secoli di stenti la vegetazione ricomincia ad avere la meglio, generando cespugli, alberi e persino qualche fiore.

All’interno del parco saliamo su una collina di cenere che ci porta dopo 50 metri di dislivello a dominare la valle: soffia un vento impetuoso, il paesaggio è lunare e la vista unica, inimitabile.

Ridiscesi riprendiamo con rinnovata voglia di viaggiare la statale 20 direzione est: mancano ancora 300 km fino a West Yellowstone, un viaggio interminabile.

Il luogo che ci accoglie sembra davvero bello: l’aria è pura, c’è molto verde che dopo tanto deserto fa benissimo agli occhi, le persone sono cortesi e la Steak House all’angolo promette bene.

In viaggio.

Finalmente possiamo veramente dimenticarci Cascade Locks e il suo brutto motel verso il grande parco dello Yellowstone. Il paesaggio è sempre diverso e sempre uguale allo stesso tempo.

Non fai in tempo a pensare che ti stai annoiando di fare sali-scendi e vedere solo foreste di conifere, che tutto cambia e diventa una pianura verdeggiante e ricca di fiumi, laghi e paludi e poi all’improvviso tutto cambia di nuovo e diventa arido e brullo e collinoso.

E poi è bello parlare per ore e scambiarsi opinioni, raccontarsi a vicenda e scoprire che siamo tutti diversi eppure così vicini e simili.

Una cittadina sorta attorno ad un distributore ci accoglie per un pieno della nostra Buick e un pasto fugace.

E poi di nuovo in viaggio fino a Twin Falls, dove ci godiamo il nostro meritato riposo, dopo circa 600 chilometri.

La petroliera proprio fuori dalla finestra ci dice che è ora di alzarsi… Il suo fischio dichiara l’arrivo dell’alba e non possiamo ignorarlo.

La nebbia circonda le cose con il suo bagliore lattiginoso e cerca di dissuaderci dal percorrere le strade di Astoria. Noi invece, delusi dalla colazione offerta dal motel, ci dirigiamo verso l’ottimo locale della sera prima e ci diamo alla pazza gioia con una serie di piatti via via più ingombranti…

Bene, ora sì che siamo pronti per cercare i luoghi dei Goonies, la casa di Michey, quella di Data, la prigione, il museo, il bowling e la bellissima spiaggia di Willie l’Orbo…

Infreddoliti e contenti, ci regaliamo un pranzo di tutto rispetto (fajitas, halibut e patate fritte).

E poi via, verso Portland e i suoi giardini di rose profumatissime… Portland non è solo rose e fiori, purtroppo… la città ci si mostra in tutte le sue sfaccettature, sebbene la visita sia durata poche ore. Il degrado e la povertà si contrappongono ai grattacieli super moderni e lussuosi.

Assistiamo ad un arresto in diretta, vediamo donne incinte chiedere l’elemosina agli angoli delle strade, brutti ceffi ci guardano con sufficienza dall’alto della loro muraglia d’odio. E’ incredibile come le persone riescano ad imprimere ai luoghi la propria personalità, le proprie paure come anche i propri sogni e entusiasmo. Mentre Cannon Beach, con le sue strade pulite, i giardini curati e la gente sorridente e premurosa, infonde serenità, Portland mi richiama ad una sensazione di urgenza, ogni volto sembrava dirmi “Vai, corri via prima che puoi”. E così facciamo.

Partiamo per la tappa più lunga del nostro viaggio, quella che ci porterà al parco dello Yellowstone, quasi 1300 chilometri di strada.

Ora siamo in un motel sulla strada, a Cascade Lock, brutto e umido. Sono le 6 del mattino… e non vediamo l’ora di ripartire!

Siamo arrivati ad Astoria, Oregon. Dopo la visita mattutina e il pranzo a Seattle (Pioneer Square, Space Needle, passeggiata involontaria un enorme rave party e caffé allo Starbucks di Capitol Hill), facciamo i primi

300 km verso sud e lasciamo lo stato di Washington per il verdeggiane e un po’ inquietante Oregon. La visita ad Astoria però è subito rimandata: arriviamo in serata, fa freddo e tira un vento gelido che ci consiglia di restarcene al riparo.

Così, neanche a farlo apposta, ci tocca cenare nel primo family restaurant sulla strada che ci rimpinza come tacchini nel giorno di Natale.

Ci ritroviamo quindi tutti e quattro alle 10 di sera in una stanza di motel a scrivere queste poche righe. Domani andremo a caccia delle location del mitico film “The Goonies” di Spielberg, girato più di 20 anni fa proprio in questa città. Proseguiremo poi in mattinata vin direzione Cannon Beach per poi dirigerci a Portland, da cui partirà il lungo viaggio verso est.

A 16 ore dalla nostra partenza da Torino siamo ancora all’aeroporto di Newark,  New York. Aspettiamo il volo per Seattle che ci porterà alla partenza del nostro viaggio negli USA occidentali. Al volo mancano 2 ore, poi altre 5 per raggiungere lo stato di Washington.

Quando arriveremo là, in Italia saranno le 7 del mattino: 26 ore dopo la nostra partenza.

Oltre un giorno intero da viandanti perduti per il mondo. L’unica consolazione che ho in questo momento risiede nella vetrata che ho davanti mentre scrivo da un tavolino del Terminal C: vedo la Skyline di Manhattan e tutto quello che significa. La sto guardando proprio ora.

Mi dispiace essere così vicino a New York e non poterci fare almeno un giro. Ma abbiamo scelto l’Ovest ed è a Ovest che andremo. Tra poco.